12 domande alla scrittrice Juliette Evola



Una decina d’anni fa ho iniziato a buttare giù i primi appunti di un’idea che da tempo mi frullava in testa: la storia di una donna malata che allaccia una relazione virtuale con un uomo al quale chiede di porre fine alle sue sofferenze attraverso l’utilizzo di pratiche sciamaniche.
All’inizio non mi sentivo all’altezza di un compito così gravoso. Non sono una scrittrice di professione, ho alle spalle un modesto diploma magistrale, la mia lingua madre non è l’italiano, sono sì appassionata di magia e occultismo ma soltanto in maniera amatoriale e dilettantesca.

Cionondimeno, mi stuzzicava l’idea di cimentarmi in un’impresa che mi consentisse di riflettere su alcune questioni morali e civili della nostra epoca come l’eutanasia, le disparità socio-economiche, l’ecologismo, le differenze di genere, il dramma della guerra e allo stesso tempo di concedermi a suggestioni narrative molto diversificate che traggono linfa dalle mie passioni più genuine di lettrice e spettatrice: Ildegarda di Bingen e Peter Singer, il cinema di Polanski e di Lynch, la letteratura mitteleuropea fin de siècle, la filosofia del Novecento e la tradizione ermetico-alchemica alla quale sono molto legata, se non altro per il cognome che mi è capitato in sorte.

Nel 2020 arrivò il Covid-19 et voilà, quel materiale così eterogeneo e refrattario all’inquadramento in schemi narrativi predefiniti, trascinato dalla forza catalizzatrice dell’emergenza sanitaria, confluì quasi per magia nel mio romanzo che nel volgere di pochi mesi assunse una forma pressoché compiuta. La dialettica polarizzata vax – no vax, il lockdown, le mascherine chirurgiche, il distanziamento sociale, il saluto con il gomito, la didattica a distanza, il negazionismo complottista sono stati poi i tools attraverso i quali ho organizzato la struttura diegetica de Le 12 civette, circoscrivendo lo sviluppo temporale della trama tutto all’interno dell’anno pandemico.



Il protagonista del romanzo è legato a un personaggio dell’Umanesimo ferrarese, il Mago Benato, che stando al Libro dei Giustiziati della Biblioteca Ariostea, sarebbe stato condannato a morte e bruciato sul rogo dall’Inquisizione romana con l’accusa di avere utilizzato la propria magia contro il marchese Leonello d’Este. Mentre le fiamme gli divoravano le carni un devastante terremoto si abbatté sulla città, tanto che gli inquisitori pensarono all’intervento diretto di Lucifero e delle forze degli inferi. Sul nome del mago non ci sono testimonianze certe, ma trattandosi di Ferrara, con la sua significativa presenza ebraica, ho pensato di chiamarlo Samuele.
Mi sembrava un riferimento interessante.



Mentre lavoravo al soggetto de Le 12 civette mi sono accorta di quanto la mia limitata padronanza linguistica dell’italiano insieme a quelle stratificazioni secolari di significati, codici, convenzioni e simboli all’interno dei quali si annida il veleno subdolo e occulto del patriarcato, non mi consentissero di mettere a fuoco con la necessaria profondità il personaggio della protagonista femminile, un po’ come lo Heidegger che interruppe la redazione della seconda parte di Essere e tempo perché “il linguaggio della metafisica non gli consentiva di esprimere la verità sull’essere”. Ecco che allora ho provato a spostare il punto di vista principale sul protagonista maschile amplificandone la caratterizzazione all’ennesima potenza e rendendolo maschilista, reazionario, conservatore, complottista, paranoico, ossessivo-compulsivo, devoto a Diego Fusaro e a Dwayne “The Rock” Johnson e odiatore seriale di Michela Murgia e delle derive del politically correct e della cultura woke.



Io penso che ogni persona celi in sé un mistero insondabile. Diciamo che tendo ad avere una certa avversione verso le regole dell’industria editoriale ed è anche vero che non sono esente dal gusto del paradosso e della provocazione. Il penchant per la sottile ironia e il pungolo rocambolesco mi vengono da una parte dall’assidua frequentazione di Bernhard e dall’altra da un’attrazione che ho sempre avuto nei confronti della letteratura picaresca, da Quevedo a Defoe arrivando fino al Bustos Domecq di Borges-Casares e al situazionismo di Debord.



Un rapporto di amore-odio.



Io sono sempre a disagio, sui social a maggior ragione. Le dirò che un mio caro amico scrittore mi ha spiegato che oggi, se vuoi affermarti nel mercato editoriale, devi obbligatoriamente avere una presenza social ubiqua e pervasiva. Diciamo però che, essendo un po’ boomer, mi sto attrezzando per delegare questa attività direttamente all’intelligenza artificiale, come peraltro mi pare già facciano molti dei miei colleghi. Non escludo di delegare alla macchina anche le incombenze della creazione e della scrittura, come in fondo sognava anche Hitchcock.



Guardi, in tanti anni di onorata carriera nelle scuole non ho mai conosciuto un bambino o un ragazzo che non avesse in qualche modo delle potenzialità o dei talenti più o meno evidenti, sia di carattere morale che di tipo spirituale ed esoterico. Per quanto mi riguarda il mistero più insondabile è proprio questo: come caspita è possibile che appena l’essere umano compie la maggiore età e fa il suo ingresso nel consesso dei civilizzati diventi quasi sempre un emerito stronzo/a?



La pandemia prima e la vicenda bellica poi hanno portato allo scoperto ciò che fino a qualche anno fa appariva più sfumato: la presunzione di detenere una verità certa e incontrovertibile e le corrispettive strategie di debunking nascondono in realtà interessi e moventi ideologici che non sono altro che il risultato di determinate prospettive di utilità per il mantenimento e il rafforzamento delle forme di dominio umano. La verità è spesso una cosa complicata e stratificata, che non può essere patrimonio esclusivo dei Ministeri o di sedicenti fact-checkers. Dare del complottista o del negazionista a qualcuno semplicemente perché ha una visione differente dalla nostra è solo un modo per delegittimarlo e per bandirlo dal dibattito, evitando ogni vero confronto dialettico. La realtà non è quasi mai come ci appare e, tantomeno, come ci viene presentata.

Il satanismo, almeno nel mio romanzo, assolve invece a una funzione eminentemente narrativa. Impossibile scrivere una storia come la mia, così potentemente agganciata da una parte alle dinamiche dell’attualità bellica e pandemica e dall’altra all’orizzonte di genere thriller/horror, senza ricorrere al vasto repertorio delle situazioni sataniche. Se l’obiettivo del complottista è quello di portare alla luce una trama occulta, il compito del satanista è invece quello di ordirla. Per cui sono spesso le due facce della stessa medaglia.



Le rispondo senza esitazioni: Strade perdute.

Ovviamente non è una classifica. Sono tre capolavori assoluti. Ma Lost Highway è un po’ il film manifesto di Lynch che ci dice che per ritrovare la strada è necessario prima perderla. Anch’io concepisco l’arte e la letteratura come una specie di blob che prova a com-prendere la realtà in tutte le sue articolazioni, anche quelle più periferiche e marginali. Non so se mi spiego: come nel nastro di Moebius il recto può in qualsiasi momento diventare il verso e viceversa. In questo senso non sono una teorica dell’opera a tesi, che si propone di veicolare un messaggio univoco e universalmente riconoscibile. È un po’ come quando Deleuze parla dell’immagine-cristallo, un concentrato simbolico e narrativo in grado di rifrangere e produrre significati sempre diversi.



Per fortuna no. Sarà perché non sono una freudiana ed è già abbastanza surreale ciò che vedo durante il giorno.



Come mi ha detto un giorno una signora di Cividale che ho incontrato dal parrucchiere: “La fisica è una degenerazione della metafisica, la chimica dell’alchimia, l’astronomia dell’astrologia”.



Sì, un altro thriller esoterico con protagonista un bambino ambientato alla fine del secolo scorso. Però in questo caso mi sa che lo renderò una bambina per pareggiare i conti.


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