The Weirdos // LOVECRAFT

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Sogni cosmici e orrori silenziosi: viaggiare nei mondi di Lovecraft

La paura dell’ignoto è l’emozione più antica dell’animo umano, un fremito primordiale che ci ricorda quanto siamo piccoli davanti all’universo. Le parole di Howard Phillips Lovecraft, come lame di luce nell’oscurità, ci costringono a guardare oltre ciò che possiamo comprendere o controllare, conducendoci in luoghi dove sogni ancestrali e orrori cosmici si fondono in un’unica vertigine. Leggere Lovecraft significa lasciarsi trascinare verso l’abisso, fino a percepire, nei sussulti e nelle tenebre, l’eco dei nostri sogni più profondi, perché il confine tra realtà e illusione è più sottile di quanto crediamo.

Lovecraft cercava crepe, turbolenze, fratture nell’ordine apparente del mondo per mostrarci l’abisso insondabile in cui siamo sospesi, impotenti. Il suo horror non urla: sussurra. Non ci spaventa con l’oscurità, ma con l’idea che la luce stessa sia solo un’illusione temporanea. Nei suoi racconti, la paura è un silenzioso collasso interiore che arriva quando realizziamo che l’universo non ha occhi, né memoria, né pietà. La nostra esistenza è una piccola scintilla di coscienza destinata a perdersi nell’infinito.

«Sono talmente stanco dell’umanità e del mondo che nulla suscita la mia attenzione (…) se non tratta di innominabili orrori provenienti da altri spazi.»

Nato nel 1890 a Providence, Lovecraft fu fin da bambino avvolto da un’atmosfera di inquietudine: la morte precoce del padre, la madre iperprotettiva, i sintomi di psicosi, le prime letture gotiche e l’inizio degli incubi. Le sue radici affondarono presto nella notte. Lovecraft inizia a scrivere da ragazzo, chiuso nella sua casa estremamente silenziosa, per sfuggire a un mondo reale troppo stretto e crudele; si rifugia altrove, prima nella poesia, poi nei racconti, esplorando il confine tra sogno e incubo, che presto sarebbe diventata la sua firma.

I suoi primi testi non parlano di mostri, ma di paesaggi mentali, visioni antiche, città sognate che odorano di muffa e stelle spente. Le sue idee arrivano dal subconscio, dai suoi incubi notturni e dall’idea soffocante che l’universo sia troppo grande per appartenerci e troppo potente per considerarci. Scrive per esorcizzare, ma anche per ricollegarsi con qualcosa di più vasto e spaventoso.

”Non serve credere nei mostri per sentire la loro voce: basta restare svegli, nel punto esatto in cui finisce il sogno”

Molte delle sue storie nascono dalla sua esperienza onirica. L’autore annota tutti i suoi sogni in un Commonplace Book, un quaderno nel quale racchiude tutto ciò che gli passa per la testa; molto più di un diario, era una porta per il suo universo mentale, un laboratorio di immagini, atmosfere e ossessioni. Creature che dormono sotto oceani immensi, un sogno che attraversa il tempo e lo spazio, il caos cieco al centro dell’universo, che vibra senza coscienza, senza scopo. Lovecraft ha inventato un cosmo alieno, una danza di presenze insondabili e distanti, così lontane dalla nostra umanità da farci sentire fragili come una candela nel vento.

Una cosa che molti non sanno è che Lovecraft non scriveva solo di mostri e abissi urlati. C’è una mappa invisibile che si snoda nella raccolta Dream Cycle, una serie di racconti dove i protagonisti si muovono in un mondo parallelo accessibile solo in dormiveglia, fatto di città impossibili. È la perfetta rappresentazione della geografia dell’onirico: mappe mentali che non esistono in nessun atlante, in cui si fondono fantasia, orrore e metafisica. Dream Cycle rappresenta la parte più poetica e visionaria di Lovecraft, meno spaventosa ma più legato alla sua sua intima sensibilità, nella nostalgia di un mondo ideale.


Il Necronomicon non esiste, ma lo abbiamo letto tutti.

Libro impossibile, oggetto maledetto, miraggio cartaceo: il Necronomicon è uno pseudobiblion, ovvero un libro che non è mai stato scritto, eppure appare ovunque. Nasce dalla mente di Lovecraft, come semplice trucco narrativo. Un tomo antico e proibito per dare spessore e terrore ai suoi racconti. Ma qualcosa è poi cambiato: altri scrittori lo hanno adottato, moltiplicandone le apparizioni come un’eco, fino a confondere i confini tra invenzione e realtà.

Il Necronomicon di Lovecraft non è un libro vero, ma un’idea, un frammento di incanto intriso di paura e mistero. È nato dalle sue parole, un tomo immaginario che abitava solo l’ombra delle sue storie. Eppure, nel corso del tempo, quel miraggio ha iniziato un libro reale, scritto da mani che non sono mai esistite, firmato da un nome che è solo una leggenda. È un fantasma di carta, un’eco che continua a risuonare, una visione che prende forma ogni volta che qualcuno lo cerca nel silenzio delle notti più profonde. Un libro che non si trova mai, perché è sempre stato nascosto tra le pieghe dell’immaginazione.

Lovecraft fu costretto più volte a chiarire che il Necronomicon era pura invenzione, ma il fascino oscuro dell’idea aveva ormai superato i confini della narrativa: il libro immaginario si era insinuato nel mondo reale, trasformandosi in mito. Questo fenomeno ci mostra un lato sorprendente dell’autore: la capacità di creare mondi così convincenti da “sconfinare” nella vita concreta, facendo tremare il confine tra immaginario e realtà.


Il terrore cosmico

Il vero orrore, per Lovecraft, non risiede in mostri tentacolari o in rituali sussurrati, ma nel vuoto e nel silenzio siderale dell’universo che ci ignora. Narratore dell’orrore e filosofo del terrore, il cerchio della sua letteratura ruota attorno al cosmicismo, quella sensazione di vertigine che ci fa percepire l’insignificanza dell’essere umano, in balia dell’infinito e indifferente universo. Non siamo il centro di nulla, non c’è un disegno, né di bene, né di male; solo entità distaccate, antiche e immense, che ci sfiorano così come si calpesta una formica per sbaglio. La realtà è una fragile illusione, pronta a sgretolarsi sotto il peso dell’abisso. La nostra esistenza, fragile di fronte a forze cosmiche sconosciute, è un itinerario senza appigli verso il vuoto.

Immaginate un bambino smarrito in un bosco: ogni fruscio tra gli alberi, ogni sussurro del vento diventa una minaccia, ogni ombra assume la forma di creature misteriose. La sua mente, incapace di decifrare la realtà, trasforma l’ignoto in mostri e fantasmi, istinti primordiali che prendono corpo per sopravvivere. Lovecraft coglie perfettamente questo legame tra paura e immaginazione, e scrive:

“I bambini avranno sempre paura del buio; gli uomini, sensibili alle eredità profonde dello spirito, tremeranno davanti all’idea di universi nascosti e incomprensibili, popolati da forme di vita strane, pulsanti oltre il vortice celeste o minacciose alle porte del nostro mondo, abitando dimensioni che solo i morti o i folli possono intravedere.”

Così nasce l’orrore cosmico: un terrore che cresce esponenzialmente quando ciò che percepiamo sfugge completamente alla nostra comprensione. La mente, privata di punti di riferimento, comincia a tremare e a cercare spiegazioni nelle forme più oscure e improbabili. Non sorprende quindi che l’incertezza diventi compagna del pericolo, e che un universo ignoto si trasformi rapidamente in un mondo ricco di minacce invisibili e presagi inquietanti.

Lovecraft ci insegna che l’orrore vero non nasce dagli oggetti in sé, ma dall’impossibilità di interpretarli, dalla sensazione di essere piccoli, esposti e impotenti davanti a un cosmo vasto e indifferente. È questo il nucleo della letteratura del terrore cosmico: un invito a sentire, più che a vedere, la vertigine dell’inconoscibile.

Lovecraft non è stato solo un narratore, ma un viaggiatore di spazi sconosciuti e un creatore di mondi sospesi dietro il velo della quotidianità. La sua scrittura è come una luce che si accende piano piano: un invito a guardare dentro di noi. Lovecraft ci ricorda che quel confine va attraversato per scoprire qualcosa di nuovo e profondo. Forse è proprio questo il vero incanto delle sue storie: abbracciare l’ambiguità, accogliere il dubbio e lasciar fiorire piccole scintille di consapevolezza. Luci tremolanti nel crepuscolo del conosciuto.




SOURCES:
–  Biografia di uno scrittore da quattro soldi, H.P. Lovecraft
–  Vita (e morte) di un gentiluomo. Infanzia, gioventù, e ultimi giorni di Howard Philips Lovecraft – Pietro Guarriello
–  H.P. Lovecraft, edizione annotata – Leslie S. Klinger

PH: hplovecraft.com


ARTICLE AND TRANSLATION
MARGHERITA SCATTOLIN
@mmaaarghe

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