Il cerchio di Samhain

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno, è quello che c’è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
Italo Calvino

Sono seduta al buio in una notte che a breve scoprirò essere rivelatrice, e dentro avverto una vaga tranquillità che è solo apparente. Infatti sono anni ormai che mi attanaglia un malessere, ha i contorni di un brutto presentimento e l’essenza del vuoto. Ho saputo con certezza di cosa si trattasse una sera di inizio settembre, mentre leggevo le parole di una me adolescente trascritte su un vecchio diario, che recitavano così:

«Alla me del futuro:

Il dono della presenza non appartiene a chiunque. Solo chi esiste davvero può possederlo, solo chi brilla può essere riconosciuto da chi lo guarda. Tu sei un vero essere umano, qualcuno che davvero sa e può scrutare ciò che di più caro si cela nel profondo. Mantieni le tue promesse e sei di parola. L’unica maledizione per persone come te è che non possono mentire a se stesse, ma possono solo scegliere di farlo. Dunque impara ad amarti, infinitamente. Un giorno allora comprenderai la beatitudine di questa esistenza»

Non so esattamente perché una sedicenne che viveva nella periferia di Roma potesse partorire una lettera tanto lucida, ciò che so è che è riuscita a farmi sentire assolutamente in colpa. Seppure l’età adulta spesso ci porti a provare vergogna per l’immaturità della giovinezza (la stessa vergogna che proviamo di fronte ai post del 2008 nella sezione Ricordi di Facebook), davanti all’evocazione di quei vividi pensieri è avvenuto un riscatto tutt’altro che biasimevole. Quello è finito per essere il giorno in cui ho preso atto del mio definitivo scivolare nella menzogna: non ricordo bene quando e da quanto, ma ho scelto di mentire a me stessa. Adesso ho trentun’anni e ricordo con estrema nostalgia quei tempi, è come se le antenne ancestrali che mi permettevano di vedere si fossero riassorbite in un’apatia totale, come se la capacità di sentire fosse irrecuperabilmente annichilita.

C’è stato infatti un momento di rottura, quando una volta terminata l’università mi sono trovata a dover scegliere da che parte volgere la mia attenzione; temo che ogni essere umano sperimenti almeno una volta quell’impasse. E fu così che l’ansia per il futuro, la disperata ricerca di un lavoro adeguato e, non ultimo, lo sguardo giudicante della società, mi hanno fatta diventare quella che sono adesso: una perfetta adulta senza personalità e senza spirito. Ho fatto l’errore che tutti facciamo: sono scesa a compromessi con la società senza prima domandarmi se fossi d’accordo con i suoi dettami, finendo come spesso capita a tradire ciò che sono, dimenticando tutte quelle piccole cose che radicavano il mio io alla magia di questo mondo. Infatti, se molti ringraziano di appartenere alla nostra società occidentale perché senza le sue regole si sentirebbero perduti, io cerco invece di passare inosservata come un criminale che sfugge alla polizia, mi sento colpevole perché so che basta un nonnulla per smascherarmi. L’unica soluzione per me è stata la depersonalizzazione, una scelta obbligata di cui adesso sento di poter fare a meno.

Ho sottoposto questo mio cruccio ai miei simili e mi è stato spesso fatto notare che crescere necessita inevitabilmente il distacco da ciò che si era in gioventù, altrimenti l’effetto che si otterrebbe sarebbe quanto meno grottesco. E questo è vero, infatti non voglio diventare un’attempata signora con la sindrome di Peter Pan in perenne compagnia di un mucchio di ragazzini ventenni squattrinati bivaccando all’alba nei bar di quartiere. Io ho intenzione di accettare la mia età serenamente, ma non riesco a dissuadermi dal credere che per farlo debba anche liberarmi dello sguardo austero del giudizio sociale che, come l’insegnante costringe il bambino a stare seduto dritto sulla sedia per ore, mi incatena al perenne evitamento della mia natura fuori dal comune. Lo voglio dire nero su bianco che sono bizzarra: credo nella scienza ma amo abbracciare gli alberi, credo nel metodo scientifico ma anche che vi siano messaggi segreti racchiusi nel vento e cumuli di verità nella lettura delle carte.

Per questo da quando, qualche settimana fa, ho letto quelle parole, ho cominciato un viaggio a ritroso, un pellegrinaggio alla fonte di ciò che sono stata, per incontrare di nuovo me stessa al crocicchio esistenziale più potente al mondo che prende forma una volta l’anno, sul finire del trentuno ottobre e durante le prime ore di novembre. I celti chiamavano tale convegno tenebroso Samhain, ovvero la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno, una morte necessaria affinché torni a sorgere la vita. La mia affezione per una festività pagana non è casuale, la ragazza della periferia di Roma, al momento della stesura di quel diario, faceva orgogliosamente parte della comunità pagana italiana. Esiste infatti un mondo nato attorno e in reazione all’enorme oppressione della Chiesa in questo Paese, che all’occhio dei più sembra totalmente asservito al potere papale, ma che ormai da secoli non subisce più la fascinazione degli opulenti paramenti sacri del Vaticano. La comunità pagana in Italia è gigantesca e, contrariamente a come la si immagini, non è popolata da personaggi strambi e sinistri, ma da persone molto spesso istruite e di buon senso.

Per anni non mi sono vergognata di definirmi, come loro, una strega. Sostanzialmente era un modo per liberarmi del giogo dogmatico del cristianesimo a cui mia madre mi aveva pazientemente abituata, un credo stantio che finiva per soffocare il mio innato bisogno di spiritualità. Ma strega, nella sua accezione più pura, è una parola che si dovrebbe usare per definire tutti coloro che, attraverso l’ascolto di se stessi, trovano il proprio posto nel mondo, nell’accettazione di un’esperienza di vita che non può prescindere dal cambiamento, concepito come un’infinita successione di piccole morti.

Le streghe mi hanno innanzitutto insegnato che per ritrovare la strada bisogna sempre ripartire da un concetto molto semplice, quasi elementare: il numero tre. Infatti, tre sono i mondi che organizzano l’esistenza: il mondo di sopra, di mezzo e di sotto, che a loro volta rappresentano le radici, il tronco e i rami dell’albero cosmico e degli stati psichici dell’essere umano. L’albero cosmico infatti è sia una mappa dei mondi che compongono l’esistenza, sia allo stesso tempo uno schema dei corpi sottili dell’uomo, perché egli è nato per essere una creatura cosmica e tridimensionale. Tre sono anche i volti della dea della guerra e della morte Morrigan, che a volte compare come giovane donna piangente, altre come vecchia megera e altre ancora sottoforma di corvo. Tradizione vuole che Samhain sia proprio dedicata a lei, affinché permetta ai morti di tornare temporaneamente a sussurrarci parole di conforto e rivelazioni straordinarie.

La saggezza popolare viene sempre in nostro soccorso, e quando perdo qualcosa ho imparato a tornare sui miei passi, fare la strada a ritroso per capire in quale punto del percorso ho smarrito la magia. Il numero tre ritorna imperioso nella mia memoria, assumendo il suono della voce del mio stregone preferito: “cerca sempre il bello, il buono e il vero”. Se penso a chi vorrei che Morrigan riportasse da me questa notte, la sola persona con cui mi piacerebbe discorrere per essere certa di trarne una gran dose di magia, è proprio lui, nonno Virgilio. Ho sempre pensato che il suo nome fosse rivelatore della sua personalità, era infatti un lume sempre acceso nella notte oscura di certi momenti della mia vita. Era pronto a gettare luce su ogni incertezza utilizzando di volta in volta una formula sempre diversa, che alle mie orecchie suonava come un incantesimo.

Il giorno della sua morte gli stavo accanto e, mentre abbandonava quel corpo febbricitante, gli accarezzavo il capo domandandomi quali strane immagini stessero popolando la sua mente, non potevo vederle ma potevo sentirne il lavorio ininterrotto. Quando alla fine è spirato, guardando il suo viso immobile mi sono detta: “chissà dov’è andato”. Credo di dover ricominciare da quell’istante, quando ho iniziato a cercarlo ovunque per non trovarlo più. Nel buio di questo trentuno ottobre brucio dell’anice stellato nel camino, accendo una candela rossa e resto in contemplazione del fulgido calore. L’attesa è ovviamente vana, forse non esistono né dei, né streghe, né alberi cosmici, eppure non ho mai avuto come in questo momento l’assoluta certezza di essere un essere umano che mantiene le promesse, che non mente a se stesso e che sa riconoscere il bello, il buono e il vero.


Samhain Circle

The hell of the living is not something that will be: if there is one, it is the one that is already here, the hell that we inhabit every day, that we shape by staying together. There are two ways not to suffer. The first one comes easy to many: accepting hell and becoming part of it to the point of not seeing it anymore. The second is risky and demands continuous attention and learning: looking for and knowing how to recognize who and what in the midst of hell is not hell, and making it last, and giving it space.

Italo Calvino

I am sitting in the dark on a night that I will soon discover to be revealing, and inside I sense a vague tranquility that is only apparent. In fact, a malaise has been gripping me for years now; it has the features of a bad premonition and the essence of emptiness. I learned for sure what it was about one evening in early September, as I read the words of a teenage me transcribed in an old diary, which went as follows:

«To the future me:

The gift of being present does not belong to everyone. Only those who really exist own it, only those who shine can be recognized by the beholders. You are a real human being, someone who really knows and can peer into what is dearest deep inside. You keep your promises and are true to your word. The only curse for people like you is that they cannot lie to themselves, they can only choose to do so. So learn how to love yourself, infinitely. One day then, you will understand the bliss of this existence».

I don’t know exactly why a 16-year-old girl living in the suburbs of Rome could give birth to such a lucid letter, what I do know is that she managed to make me feel absolutely guilty. Although adulthood often leads us to feel ashamed of the immaturity of youth (the same shame we feel when confronted with posts from 2008 in the Memories section of Facebook), in front of the evocation of those vivid thoughts, a redemption occurred that was all but blameworthy. That ended up being the day when I took note of my ultimate descent into lying: I don’t remember exactly when and how long ago, but I chose to lie to myself. I am now thirty-one, and I remember those times with extreme nostalgia; it is as if the ancestral feelers that allowed me to see had been reabsorbed into total apathy, as if the ability to feel was irretrievably annihilated.

In fact, there was one breaking moment when I found myself having to choose which way to turn my attention after graduating; I fear that every human being experiences that impasse at least once. And so it was that anxiety about the future, the desperate search for a suitable job and, last but not least, the judgmental gaze of society, made me what I am now: a perfect adult with no personality and no soul. I made the mistake we all make: I compromised with society without first asking myself whether I agreed with its precepts, ending up  ̶ as often happens ̶  betraying who I am, forgetting all the little things that rooted myself to the magic of this world. In fact, if many people are thankful to belong to our Western society because without its rules they would feel lost, on the other hand, I try to go unnoticed like a criminal who escapes the police, I feel guilty because I know that all it takes is a little something to unmask me. The only solution for me was depersonalization, a forced choice that I now feel I can live without.

I have submitted this worry of mine to my peers, and it has often been pointed out to me that growing up inevitably requires detachment from what we were in our youth, otherwise the effect would be grotesque to say the least. And this is true, in fact I don’t want to become an elderly lady with Peter Pan syndrome in the perpetual company of a bunch of penniless twenty-something kids hanging out at dawn in local pubs. I intend to accept my age peacefully, but I cannot dissuade myself from believing that, in order to do so, I must also rid myself of the stern gaze of social judgment that, like the teacher forces the child to sit up straight in the chair for hours, chains me to the perpetual avoidance of my out-of-the-ordinary nature. I want this to be crystal clear: I am bizarre, I believe in science, but I love to hug trees, I believe in the scientific method but also that there are secret messages hidden in the wind and heaps of truth in reading tarots.

That is why ̶ since I read those words a few weeks ago ̶ I have been on a journey backward, a pilgrimage to the source of what I have been, to meet myself again at the world’s most powerful existential crossroads that takes shape once a year, at the end of October thirty-first and during the early hours of November. The Celts called such a dark convention Samhain, meaning the end of summer and the beginning of winter, a death necessary for life to rise again. My fondness for a pagan holiday is not accidental; the girl from the Roman suburbs, at the time of writing that diary, was proudly part of the Italian Pagan community. There is indeed a world that has arisen around and in reaction to the enormous oppression of the Church in this Country, which to the eye of most people seems totally enslaved to Papal power. Actually, it has not been under the spell of the Vatican’s opulent sacred vestments for centuries now. The Pagan community in Italy is huge and, unlike how one imagines it, it is not populated by weird and sinister individuals, but by people who are often educated and have common sense.

For years I wasn’t ashamed to call myself, like them, a witch. It was basically a way to free myself from the dogmatic yoke of Christianity to which my mother had patiently used me to, a stale faith that ended up suffocating my innate need for spirituality. But witch  ̶ in its purest meaning ̶  is a word that should be used to define all those who, through listening to themselves, find their place in the world, in the acceptance of a life experience that cannot be separated from change, conceived as an endless succession of small deaths.

First of all, witches taught me that to find your way back you must always start with a very simple, almost elementary concept: the number three. In fact, there are three worlds that organize existence: the world above, the world in the middle and the world below, which in turn represent the roots, the trunk and the branches of the cosmic tree, as well as the psychic states of human beings. For the cosmic tree is both a map of the worlds that make up existence and at the same time a diagram of man’s subtle bodies, as he was born to be a cosmic, three-dimensional creature. Three are also the faces of the goddess of war and death Morrigan, who sometimes appears as a weeping young woman, sometimes as an old hag, and sometimes in the form of a raven. Tradition has it that Samhain is specifically dedicated to her, so that she allows the dead to temporarily return to whisper words of comfort and extraordinary revelations.

Folk wisdom always comes at our aid, and when I lose something, I have learned to go retracing my steps, making my way backwards to figure out where on the path I lost the magic. The number three returns imperiously in my memory, taking on the sound of my favorite wizard’s voice: “always seek the beautiful, the good and the true.” When I think about who I would like Morrigan to bring back to me tonight, the one person I would like to discuss with to make sure I get a lot of magic out of it is him, grandpa Virgilio. I always thought his name was revelatory of his personality, he was in fact an ever-burning light in the dark night of certain moments of my life. He was ready to shed light on any uncertainty by using an always different formula each time, which sounded like an incantation to my ears.

On the day of his death, I stayed by his side and, as he was leaving that feverish body, I stroked his head wondering what strange images were populating his mind, I could not see them but could feel their uninterrupted workings. When he finally passed away, looking at his motionless face, I said to myself: “who knows where he has gone.” I think I have to restart from that instant, when I began looking everywhere for him only to never find him again. In the darkness of this October thirty-first, I burn some star anise in the fireplace, light a red candle and stand in contemplation of the radiant heat. The wait is obviously in vain, perhaps there are no gods, no witches, and no cosmic trees, yet I have never been more certain than now that I am a human being who keeps promises, who does not lie to herself, and who can recognize the beautiful, the good, and the true.

Author: Federica Torre
Editing: Elena Benassi
Photography: F.

SAMHAIN PROMO

MAGIC YOUTH, issue 04

$ 5,00

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